IL CANTASTORIE

Dicembre è sempre un mese intenso e ricco di emozione. Mi ritrovo spesso da solo, per strada, diretto o di ritorno dalle numerose serate che mi coinvolgono per i libri, per incontri a vario titolo o semplicemente per una cena a casa di qualcuno. Un bel momento per pensare a quello che la vita personale e professionale ogni giorno mi regala. La possibilità di ascoltare e scrivere storie di vita che appartengono ad altri e che in qualche modo diventano mie; perché mi appassionano, mi coinvolgono, mi permettono di conoscere mondi, persone, culture e arti che prima mi erano impensabili e che ora invece mi rendono più ricco. Perché la vera ricchezza, secondo il mio personale pensiero, è proprio questa! E tutto ciò mi piace sempre di più. Nelle ultime serate mi descrivo come un “cantastorie”, perché è la definizione che sento più vicina. Non riesco a scrivere di fantasia, di storie inventate, non mi piace regalare emozioni finte ai lettori, per quanto possano essere belle e emozionanti. La Vita, la mia Vita, mi ha insegnato che le storie degli uomini sanno regalare una magia unica, soprattutto quando sono vere. E quindi le cerco, sono le sole che voglio raccontare, quelle che mi piace interpretare e pubblicare. Ogni uomo è una storia che merita essere ricordata dai propri cari o dagli amici, ma alcune di queste hanno una dignità straordinaria, che merita essere divulgata, soprattutto attraverso un libro. Che poi rimane, anche dopo di noi e per sempre. Mi piace essere “cantastorie”, mi sento proprio così; ne sono ogni minuto più convinto. Devo solo trovare le storie e una di queste potrebbe essere proprio la tua!

L’ispirazione.

Ispirazione. Una parola che sempre più spesso ricorre nella mia mente e nelle mie parole. La riscopro lentamente, nella sua profonda leggerezza. Mi coccola pensarla, mi piace, mi fa stare bene. Mi ritrovo a guardare cose e persone con occhi differenti, a cercare oltre la loro apparenza. Mi piace guardare la loro essenza, se ne ho l’opportunità chiaramente! Mi piace soprattutto quando attiro qualcuno non per parlare, ma per ascoltare. E sempre più spesso, dopo averlo soltanto ascoltato, mi guarda e dice:” …mi ha ispirato.” oppure “… sei stato di grande aiuto, di grande ispirazione”. Di solito rispondo con un timido sorriso, anche perché non saprei cos’altro dire. Ispirare qualcuno stando zitto mi fa mettere in discussione tutto quello che ho fatto negli ultimi 50 anni, visto che era proprio attraverso le parole che cercavo di ispirare qualcuno! E invece ora capisco che la strada corretta è quella che procede nel senso contrario. Forse anche per questo ho cominciato a scrivere. Credo che l’ispirazione sia fondamentale per guardare, per lavorare, per fare, per vivere e amare in modo più intenso e migliore. Abbiamo bisogno tutti di ritrovare la nostra ispirazione. Soprattutto noi adulti la stiamo trascurando troppo, la stiamo dimenticando e quindi non siamo in grado di trasferirla come esperienza ai giovani. Quei giovani che sono sempre più soli nella “loro” globalizzazione, che gli abbiamo confezionato maldestramente noi. Detto questo chiudo il computer, spengo il telefono, ripongo il tablet e prendo la mano delle mie bambine. Le porto a giocare, a fare sport oppure a suonare e cerco di star loro vicino per ricambiare quello che hanno fatto a me dal primo giorno di vita: ispirarmi!

Voglio restare un bambino.

I bambini credo siano il pubblico più esigente. A loro non puoi raccontare storie, non puoi mentire. Ti annusano, sentono la tua paura, sanno dove colpire per metterti in imbarazzo senza pietà. Ma sono splendidi quando capiscono che sei vero, genuino e sai parlare la loro lingua. Non credo sia così facile scrivere per loro, anzi, sono certo sia una capacità rara per un adulto.

Recentemente ho avuto il piacere di essere invitato in una scuola elementare per parlare con i bambini di 5a, di 4a e di 3a elementare. Erano anni che non sudavo così! Ore di parole che sono volate velocissime. Le domande mi hanno colpito, mi hanno emozionato e anche divertito tantissimo. Al termine delle due giornate mi è sorta la domanda: “ma avrò lasciato un segno? avranno capito qualcosa di me?”. Ero curioso di vedere se ero stato in grado di comunicarmi e di interpretare un linguaggio diretto e meno strutturato di quello che solitamente utilizziamo noi adulti.

Con orgoglio posso dire di aver centrato l’obiettivo. Sono bastate due letterine che hanno scritto proprio a seguito della mia visita e che le maestre mi hanno gentilmente concesso di conoscere.

Felice di aver fatto questa esperienza impagabile. Onorato di essermi sentito uno di loro. Emozionato di aver appreso che una traccia, seppur piccola, è rimasta nella loro mente e, mi auguro, anche nel cuore. Spero di diventare da grande quello che ho sempre sperato di rimanere: un bambino!

Cantastorie

Mi sento ogni giorno di più un Cantastorie. Che piacevole sensazione!

Negli ultimi anni infatti ho scritto sempre per gli altri. Donne e uomini che mi hanno raccontato le loro storie e mi hanno ispirato. Piccoli libri, che comunque mi appartengono per stile, per quello scorrere facile dei pensieri. Per quelle parole semplici con cui riesco a raccontare uomini e vicende, senza inutili celebrazioni, ma soltanto con la forza delle loro imprese. Perché tali sono! Imprenditori che hanno sfidato il comune pensiero e hanno preso posizione. Storie di straordinario coraggio, che hanno dato senso alla loro vita, ma che possono ispirare quella degli altri, magari di coloro che arriveranno. Quei giovani che hanno bisogno di modelli, di stimoli e di coraggio. Così mi ritrovo a parlare di vino biodinamico, di gelato artigianale italiano in giro per il mondo, di tipografie che hanno trasformato un territorio ed una economia locale e di tanto altro. Vite e storie con radici e origini uniche e inimitabili, che hanno la dignità di essere raccontate e trasmesse anche quando questi protagonisti, grandi protagonisti, non ci saranno più. Rimarranno le loro imprese, non certamente omeriche o epiche, ma piene di dignità. In fondo il mio concetto di eroe è proprio questo! Sono felice di poterlo fare, di poterlo scrivere in modo semplice e chiaro. Quella semplicità che mi sta regalando qualcosa di insperato, ma bellissimo: diventare un Cantastorie.

 

 

Una bella lezione

Molte volte nella vita mi sono ritrovato a parlare con i ragazzi. Negli incontri in libreria, nei vari locali dove ho avuto la fortuna di essere invitato o nelle scuole secondarie superiori. Ma mai  con i bambini delle scuole elementari. Un invito informale, nato dalla cordiale confidenza maturata con le maestre in molti anni. Un invito gradito, che in qualche modo ha acceso in me la necessità di capire come muovermi, come esprimere il mio pensiero e tradurlo per delle orecchie così semplici, così poco abituate a formulare e elaborare pensieri complessi. Che tipo di termini utilizzare, che impostazione dare a oltre due ore di incontro? Una serie infinita di domande che mi hanno turbato il sonno, che hanno scosso le mie fondamenta e messo in crisi un sistema espressivo articolato che negli anni ho comunque elaborato e strutturato grazie all’incontro con adulti. Ma oggi? Cosa avrei dovuto aspettarmi da loro e soprattutto da me stesso? Il vuoto! Non riuscivo a vedere la soluzione.

Un vuoto inutile che si è colmato dopo alcuni istanti grazie alla loro splendida accoglienza. Un mare di sorrisi, una serie infinita di domande, la loro curiosità, la loro gentilezza e il loro entusiasmo mi hanno piacevolmente spiazzato e coinvolto. Le mille alzate di mano, il rispettoso silenzio e la spregiudicata, ma pura, curiosità. Per capire chi sono, per conoscere un uomo tatuato e barbuto, dall’aria magari truce, che si è sciolto come neve al sole davanti a tanta genuina umanità. La voglia di conoscere il perché della mia scrittura, della mia barba, del mio modo di essere colorato. La gentilezza infinita nell’offrirmi una parte della loro merenda durante la piccola pausa scolastica prevista, il loro affetto e i loro bellissimi sorrisi. Mi hanno impressionato, mi hanno emozionato profondamente. Erano circa 40 bambini e ognuno di loro ha lasciato una piccola traccia, che si è trasformata in sorriso. Quel sorriso che mi ha accompagnato per tutta la giornata e l’ha resa migliore. Oggi credo di aver capito una cosa importante: è fondamentale che gli adulti ogni tanto vadano a raccontarsi nelle scuole, non tanto per insegnare qualcosa, ma per imparare a riscoprire l’umanità e la semplicità che solo i bambini sono in grado di donare con tanta forza.

Soltanto un pensiero

Mi ritrovo davanti ad una scrivania con il computer acceso. La voglia di scrivere qualcosa. Succede sempre così, non è calcolato. Mille pensieri in testa e improvvisamente tutto svanisce. Rimane la voglia di scrivere su ciò che mi è accaduto, su ciò che ho visto oppure semplicemente pensato. Una copia di IO CREDO A BABBO NATALE sulla scrivania. La 5a ristampa. Chi lo avrebbe mai immaginato? Io certamente no, nemmeno sperato. Una semplice storia di fatti quotidiani legati alle mie bimbe, che ormai sono diventate grandi…ma rimangono sempre bimbe! Il profilo della mia famiglia che si apre improvvisamente e racconta chi sono, da dove vengo, quale è stato il percorso frastagliato e complicato della vita. Un libro che nasceva per loro, per Emma e Zoe, e che invece è diventato qualcosa di più grande, che non termina di crescere, di regalare sorrisi, di incuriosire. Mi sento fiero di questo bellissimo successo, mi sento anche responsabile. Responsabile di aver suggerito a tutti di aprire il proprio cuore e di offrirlo in piazza agli altri. Una società che si rivela ogni giorno più spietata e difficile, dove le amicizie fluttuano e si consumano con spietato cinismo. Dove la famiglia diventa un business e gli affetti comperati a chilogrammi nei locali o in internet. Mi sembra, ripeto, sembra a me, che sia tutto sbagliato, tutto confuso. E non mi piace quello che stiamo lasciando al futuro. Con questa speranza mi auguro che mille altre persone e poi altre mille, colgano la semplicità e la bellezza del messaggio che ho provato tracciare.